Un giorno, un ambizioso imprenditore, proprietario di un modesto calzaturificio di provincia , si fece venire in mente l’idea di allargare i propri orizzonti d’affari, pensando di sconfinare in terre lontane e non limitarsi più, a quello che fino ad allora era stato il suo abituale e modesto giro d’affari.Deciso più che mai all’ardimentosa impresa iniziò a selezionare quotidianamente un sacco di persone disposte ad accettare l’incarico di rappresentare la sua ditta all’estero. Alla fine, dopo un estenuante lavoro di ricerca durato vari mesi, arrivò a sceglierne un paio. Entrambi dimostravano spiccatissime capacità persuasive ed un’ottima presenza. Ovviamente tutti e due erano dotati di una dialettica più alta della media, nonchè un’eccellente conoscenza della lingua inglese.Decise cosi di portare il proprio marchio oltre i confini del grande continente nero,l’Africa.Osservate le varie cose burocratiche ed organizzative, i due rappresentanti partirono, uno diretto in una parte del continente, e l’altro dalla parte opposta.Passati i due mesi di permanenza stabilita, entrambi fecero ritorno in Italia. Dopo due giorni, convocati, si fecero trovare puntuali negli uffici del loro nuovo capo. A quel punto entrato il primo , alla domanda scontata dell’imprenditore circa come fosse andata, sorridente rispose cosi: <<Intanto, mi complimento con lei, credo sia davvero un grandissimo imprenditore, lei ha avuto acume ed una lungimiranza che raramente ho trovato in nessuno nella mia carriera. Non ci crederà, ma in quei luoghi c’è da fare soldi da raccoglierli con la pala, pensi in due mesi, non ho visto mai, dico mai, nessuno con un paio di scarpe ai piedi, esportarle li, significherebbe diventare miliardari in men che non si dica, mi creda.>> Arrivato il turno dell’altro rappresentante, il titolare notò in lui un certo sguardo afflitto, allora gli chiese: << Bhè, cos’è quella faccia appesa giovanotto, non ha riposato bene questa notte?>> Con un sorriso sarcastico il rappresentante rispose: << No affatto, il mio riposo non c’entra nulla, anzi, dopo due mesi questa e’ stata la prima nottata che ho riposato decentemente. Piuttosto quello che mi preoccupa è darle cattive notizie circa il suo progetto di espansione aziendale. Pensi, in tanti anni di carriera,non ho mai visto un posto, dove tutti rifiutassero di indossare scarpe, giuro non le porta nessuno, quello è un posto dove tutti amano andare in giro scalzi, di certo non se ne venderebbe neanche un paio …>> La morale di questa storiella caro Fabrizio la lascio a te….Ti saluto con affetto Luca Pinna
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A cura di Beatrice Prudenti Quella mattina, proprio non ne volevo sapere di alzarmi, mi avevano avvertito all'ultimo momento della gara ma nonostante la stanchezza per i tanti allenamenti e gare, per niente al mondo mi sarei tirato indietro da un evento di triathlon olimpico.Mi chiedevo, durante il viaggio in macchina, come sarebbe andata e quali atleti della mia categoria avrebbero partecipato alla competizione; una cosa era certa, cuore, testa e muscoli erano dalla mia parte.Appena arrivati un bel sole faceva brillare i telai delle bici e gli sguardi con gli altri atleti che si accingevano alle operazioni preliminari, lasciavano intendere che sarebbe stata una giornata di grande impegno sportivo.Comincio a gonfiare le gomme, ero in leggero ritardo e cercavo velocemente di sistemare la bici: bene finito!.....Macchè, Un botto sordo mi fa girare di scatto e la ruota della mia bicicletta a terra, pochi minuti alla partenza.Mi attacco al copertone facendo pressione con tutte le dita, una goccia di sudore mi scendeva lungo la guancia per poi raggiungere velocemente la bocca, cominciamo bene, penso.Il mio sguardo sulla linea di partenza, tutto era pronto, molti gli atleti già in attesa, ed io non riuscivo a sfilare quella maledetta gomma. Un sorriso di conforto, due mani in più sulla ruota a bloccare il cerchione e la gomma viene via, un atleta mi era venuto in soccorso.Lo ringrazio ricambiandolo dello stesso sorriso. La tensione era scesa, per il momento, pensando che ero stato fortunato considerato che la gomma avrebbe potuto abbandonarmi in zona cambio o durante la gara, ed allora non avrei davvero potuto fare niente.Mi infilo velocemente la muta prendo cuffia, occhialini e zainetto, con la mano libera spingo la sella della bici e mi avvio in zona cambio.La strada dissestata mi faceva sbandare la ruota davanti e mi vedevo costretto a continui movimenti della sella per tenerla in equilibrio, mi veniva da ridere perché sembravo davvero un principiante con la bici che procedeva un po' di qua e un po' di la, o forse, ero ancora il principiante che non aveva imparato a tenere a freno le emozioni che a quel punto, in prossimità della zona cambio, erano particolarmente forti.Supero il controllo, entro nella zona cambio e sistemo la bici, preparo le scarpe a terra, casco, occhiali, gel.Un brivido pervade il mio corpo, lo sguardo immobile sulla linea di partenza, il sorriso sparisce,... la tensione, eccola di nuovo, faccio un respiro profondo.Improvvisamente anche il vociare intorno a me si interrompe, il silenzio e la concentrazione sembrano aver preso il sopravvento mentre i brividi aiutati dalla leggera brezza che tirava non volevano abbandonarmi.Riesco di nuovo a sorridere mentre mi avvio alla partenza, guardo il cielo azzurro sporcato da qualche piccola nuvola e ringrazio Dio per avermi regalato ancora la gioia di essere lì a godermi la vita.I continui saluti con gli atleti mi distraggono per un po' mentre indosso cuffia e occhiali poi il tuffo per sentire la temperatura dell'acqua e scaldare i muscoli prima della partenza.Il laghetto era stretto nella parte iniziale per poi allargarsi nella parte finale, proprio per questo motivo avevano sistemato la prima boa molto vicina, circa centocinquanta metri, la breve distanza che ci separava da lei lasciava immaginare una partenza velocissima per cercare di girare la boa prima degli altri atleti.Tutti pronti per il via, cominciamo a pressare,......... il suono sordo della sirena....Partiti!.Ho spesso sentito parlare di atleti che in acqua avevano preso un sacco di botte, anche se a me era capitato di rado qualche colpo, fino a quel giorno però, quando nonostante avessi tentato di partire a tutta, gli atleti mi avevano chiuso l'acqua ed il mio tentativo di superare veniva punito da continui colpi.Una bella gomitata, forse da un esperto pallanuotista, quasi mi paralizza il polso, decido per il ritiro proprio al giro di boa. Incredibile! impossibile ritirarsi, atleti ovunque che mi costringono a proseguire anche se a rana.Giro la boa a fatica , l'acqua fredda, il cuore in gola, il sole sempre lì a brillare,... vabbè, mi dico, fammi un po' vedere come nuoti, il serpentone ormai allungato non lasciava ombra di dubbio, gara finita.Abbasso la testa e riparto, mi allungo, trovo un varco e un corridoio abbastanza libero e di nuovo in gara. l'acqua sporca non lasciava guardare il fondo ma ogni bracciata riuscivo a salutare il sole e quella bracciata diventava più potente e decisa....bello, bello mi dico, così mi piaci, sorrido,...ero in gara di nuovo e l'idea di inseguire non mi dispiaceva affatto, non avevo più niente da perdere; l'acqua non era più fredda ed il sole continuava a baciarmi ad ogni bracciata.Riesco ad uscire con un gruppo compatto, dentro i miei più diretti amici avversari, dovevo aver nuotato proprio forte per essere rientrato su di loro.Cammino all'indietro sulla muta pistandola e così riesco a sfilarla velocemente, di solito mi inchinavo per toglierla con le mani, ma quel giorno non avevo più niente da perdere e l'operazione mi aveva premiato tanto da regalarmi qualche secondo di vantaggio sul gruppo.Indosso velocemente casco e occhiali, sistemo il gel nella tasca del top e mi avvio all’uscita della zona cambio.Salgo rapidamente, due colpi di pedale per mantenere la bici in equilibrio e indosso le scarpe che avevo lasciato attaccate ai pedali prima della partenza.Parto alzandomi in piedi poi mi siedo e scarico su un bel rettilineo tutti i rapporti; leggo 43, tolgo un rapporto, mi stabilizzo sull’andatura.Avevo percorso circa un paio di chilometri, quindi decido di voltarmi per controllare, porca puttana! Sono proprio dietro di me il gruppetto che avevo lasciato dietro si stava facendo sotto, continuare a tirare sarebbe stato un errore visto che avevo già dato per cercare di staccarli, li aspetto.A tirare il gruppo un veterano di questo sport, mi domandavo cosa facesse in quel gruppo visto che i suoi sicuramente erano avanti, forse aveva avuto anche lui problemi in acqua, ma di fatto era lì a tirare un bel gruppo di atleti. Fatico a riconoscerli mentre sfilano impedendomi di entrare,poi il buco,guardo, il sorriso di un atleta che con la testa mi fa segno di entrare, lo ringrazio, respiro Guardo il sole ancora lì a brillare, ero dentro ormai e l’idea di perdere quel gruppetto mi preoccupava.Il percorso presentava alcuni rilanci e qualche salita e la cosa mi faceva pensare che forse era meglio per me non tirare e rimanere dentro fino alla fine.Pochi chilometri alla fine ed ero ancora lì, nel gruppo, mentre continuavo a ripetermi , quanto fossi disposto a dare una volta sceso dalla bici, mi alzo in piedi; che cavolo fai? Mi dico, ma niente, proprio non volevo saperne scarico giù tutto nel tratto finale, scavallo la bici e mi rannicchio su un pedale, mentre i giudici di gara mi fanno segno di rallentare. Scendo al volo con un colpo di freni, la bici si solleva sulla ruota davanti, la velocità con la quale ero arrivato mi costringe a tirare sulle leve, esagerando.Sento il pubblico sospirare preoccupato dal sollevamento della bici che presto ricade, poi veloce raggiungo il mio posto in zona cambio, ad aspettarmi, le scarpe, un'altra bustina di maltodestrine e mezza bottiglietta d’acqua.Alzo la testa, il pubblico lungo il corridoio di uscita sorrideva e applaudiva alla mia uscita, sapevo di non essere tra i primi, ma quei sorrisi e quegli applausi mi facevano sentire un campione.Mentre il sole continuava a farmi sentir meno la stanchezza vedo un bimbo tirare la borsetta ad una ragazza sicuramente in attesa del suo atleta in gara, così penso a mia moglie e ai miei figli che non vedo.Esco veloce dal corridoio, forse troppo, ma evito le scuse e mi dico di non mollare, ragazzi che gamba! Dico tra me e me.Passo davanti ai giochi per bambini al bordo del lago, e lì per primo vedo mio figlio Tommaso, quattro anni, a testa in giù sullo scivolo che tenta di scendere, immaginate la faccia!.,Il più grande Gianmarco,nove anni, preoccupato, alla fine dello scivolo non si accorge di me intento a seguire le gesta del più piccolo.Beatrice mia moglie, come sempre attenta, mi vede,il suo sorriso è freddo il pugno chiuso ad incitarmi,le sorrido.Ormai gli alberi ed il lago mi separano da loro,rimango da solo: o forse no?!.Il sole faceva capolino tra gli alberi ed il lago regalava tutto il suo splendore in un posto come quello, ma poco tempo rimaneva per distrarsi avevo percorso solo sei settecento metri e la distanza che mi separava dal traguardo era troppa per concedermi distrazioni , i miei, erano dietro ed avevo deciso di non farmi superare.Bravo, mi dico, così vai forte e le gambe girano. Improvvisamente i passi, ed un ombra prepotente specchia sull’acqua dietro di me, porca puttana! Chi cavolo è questo.Aumento un poco per vedere se riesco a staccarlo, ed infatti è così.Il sudore che scende mi annebbia la vista, ogni tanto sbatto le palpebre per cercare di mettere a fuoco, provo di nuovo a diminuire, la stanchezza comincia a farsi sentire ad ogni impatto sul terreno ed anche il sole sembra volermi abbandonare nascosto dietro una nuvola, Dio come vorrei aver finito ripeto tra me e me.Porca puttana!, porca puttana, eccolo di nuovo, come un falco di nuovo addosso.I suoi passi rimbombano all’incrocio tra lo sterrato ed il lago, la sua ombra allungata si riaffaccia prepotente, questo non molla!, non molla!....Quinto chilometro, ancora un giro, mi convinco ad aumentare di nuovo, ma questo niente, è proprio un cagnaccio deve aver deciso di superarmi sento il suo fiato sul collo e non ho il coraggio di voltarmi.Breve discesetta provo qui ad andare via mentre alcuni atleti mi passano sono gli elite, ma non i miei.Sento il sale sulla pelle, la fatica mi piega le gambe, chissà dov’è quel figlio di puttana , chissà se era tra gli elite. Settimo chilometro, devo aver perso distratto il cartello del sesto chilometro.Rientro lungo il corridoio del lago ancora tre maledetti chilometri, il sole è tornato a brillare e mi secca la pelle così decido per il rifornimento, prendo il bicchiere due sorsi e poi lo giro sopra la mia testa, che sollievo, il bicchiere rimane lì, girato, non vuole cadere, i ragazzi del servizio ridono vedendomi correre con il bicchiere che in testa che sembra un cappellino bianco, poi cade, così come le mie forze.Non riesco a crederci, tre e quarantacinque il settimo chilometro, ma lui di nuovo dietro di me, la sua ombra, i suoi passi, il suo respiro, decido di farlo passare, troppo forte! troppo forte! Ripeto tra me e me; e lui, troppo bravo, rallento, nono chilometro.Incredibilmente anche lui rallenta, è cotto anche lui mi dico, tento di aumentare il passo mentre cuore e muscoli decidono di abbandonarmi e sono costretto a rallentare di nuovo. La mente no però, la mente è ancora lì, vedevo sempre più sfocato mentre riuscivo a sentire solo il mio respiro affannato, se non si avvicina per i prossimi trecento metri posso farcela a batterlo.Macchè, eccolo di nuovo,” bastardo di un cagnaccio” mancano solo ottocento metri, almeno così credo di aver capito due secondi fa chiedendolo ad uno spettatore, sono confuso, domando di nuovo, ottocento metri mi confermano.Lui, è un grande, penso, perché non si avvicina e rimane coperto fino allo sprint, continuo a chiedermi chi sarà, non oso girarmi anche perché troppo vicino, la sua ombra è pressante.Vedo in profondità l’arrivo, poco meno di quattrocento metri, mentre il sole continua a farla da padrone regalando all’evento il massimo del confort, ma non per me, per niente al mondo avrei mollato su quel bastardo che mi aveva inseguito con la sua ombra.Eccolo! Eccolo! L’ombra più vicina non lascia ombra di dubbio siamo allo sprint, cento metri al traguardo: parto a tutta.Ottanta, settanta, sessanta, cinquanta, mi sembra di morire ma non lo vedo più, l’ho staccato! L’ho staccato! ….Venti, dieci, a denti stretti passo il traguardo, mi piego, mi strofino gli occhi, sorrido e penso: devo proprio congratularmi con quel cagnaccio è stato davvero bravo , adesso mi giro e finalmente metterò questo atleta nei ricordi come il più gran bastardo di tutte le gare che ho fatto.Mi giro! Sbarro gli occhi, nessuno dietro di me, ma non è possibile! Era proprio dietro di me, aspetto ancora , guardo meglio, mi strofino gli occhi i più vicini erano a quaranta secondi e lui non poteva essere tra loro, troppo lontani per aver visto quell’ombra piombarmi addosso.Improvvisamente capisco: l’ombra, quel bastardo che inseguiva, incredibilmente era la mia ed avevo dato il massimo in sua compagnia.Avevo conosciuto così un avversario straordinario, che quando vuole, è davvero un gran figlio di puttana, proprio quel figlio di puttana che ora so mi accompagnerà per sempre e che potrà aiutarmi a spingere sull’acceleratore della vita in qualsiasi momento.Fabrizio Pinci cell 3381812070.
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Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce. Lentamente muore chi fa della televisione il suo guru. Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti. Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova la grazia in se stesso. Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare. Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante. Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce . Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivi richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità. “Chi muore” (Ode alla vita) di Pablo Neruda Ho voluto proporre questa poesia del grande Neruda perché in perfetta sintonia con tante vite e tante storie. Una metafora della vita che alla vita appartiene e che è testimone di tante decisioni anzi di tante non decisioni mai prese... Ma basterebbe un attimo per cambiare l’ordine delle cose. Se non provi ad afferrare il tempo che scorre piuttosto veloce, se non provi a dirigerti verso altri luoghi se non provi a cambiare il tuo destino, forse solo le coordinate se non provi a decidere che è giunta l’ora di darti un’opportunità.... Devi credere che dietro l’angolo c’è una risposta da trovare e devi credere che tu e solo tu puoi essere artefice del tuo bene e ci devi credere a tal punto che riuscirai ad attraversare le strade più impervie e finalmente, non importa il risultato, piccolo o grande che sia, finalmente sarà il tuo risultato, pronto per vivere la vita, la libertà, il successo e non rimpiangere mai una decisione non presa.
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Un’antica leggenda racconta di una coppia di anziani genitori, con un figlio di 12 anni, pochi soldi in tasca ma un forte desiderio di viaggiare e conoscere il mondo.L’unico mezzo di trasporto che possedevano, tuttavia, era un mulo, ma un giorno decisero di partire comunque, raccolsero le poche cose che avevano e si incamminarono per il sentiero che avevano sempre sognato. Arrivati al primo paese la gente commentava: “guarda quel ragazzo quanto è maleducato, lui sul carro e i suoi poveri genitori, già anziani, che lo tirano..”Allora la moglie disse a suo marito: “non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio”. Così il marito fece scendere il ragazzo e salì sul mulo al posto suo.Arrivati al secondo paese la gente mormorava : “guardate che svergognato quell’uomo, lascia che il ragazzo e la moglie tirino il mulo, mentre lui se ne sta comodamente seduto”.Allora presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio spingevano l’animale. Arrivati al terzo paese la gente commentava: “ pover’uomo, dopo aver lavorato tutto il giorno lascia che la moglie salga sul mulo e spende le ultime forze per spingerla”. Allora si misero d’accordo e decisero di tirare tutti e tre la bestia e continuare il cammino.Arrivati al paese successivo non potevano credere a ciò che la gente mormorava: “guarda quei tre idioti, camminano anche se hanno un mulo che potrebbe portarli”. Conclusione: ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile trovare qualcuno al quale piaci così come sei. Ciascuno di noi vede sempre e soltanto ciò che vuol vedere.Quindi, vivi come credi, fai quello che ti dice il cuore, ciò che vuoi veramente, e non ti curare del giudizio degli altri.
LA scatola di biscotti. Nella sala d'attesa di un grande aeroporto una ragazza che aspettava il suo volo, sapendo di dover attendere a lungo, decise di comprare un libro per non annoiarsi. Per godersi meglio la lettura, comprò anche un pacchetto di biscotti ed andò nella sala vip per stare più tranquilla. Si sedette: accanto a lei c'era la sedia con i biscotti, dall'altro lato un signore che stava leggendo il giornale. Quando prese il primo biscotto notò con suo grande disappunto che anche l'uomo accanto a lei ne aveva preso uno: si sentì profondamente indignata ma, per quieto vivere, preferì non dire nulla. Continuò a leggere il suo libro, ma in realtà rimuginava sul fatto che se avesse avuto un po' più di coraggio, gliene avrebbe dette quattro... e magari gli avrebbe anche assestato un bel pugno in faccia, a quel grandissimo maleducato !!! Nel frattempo, ogni volta che lei prendeva un biscotto, l'uomo accanto a lei faceva altrettanto. Continuarono così fino a quando nel pacchetto rimase solo un biscotto. La ragazza esitò un istante, curiosa di vedere fino a che punto si spingeva l'arroganza di quell'uomo. Contrariamente ad ogni sua aspettativa, l'uomo prese l'ultimo biscotto e lo divise a metà, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Questo era veramente troppo!!! La ragazza, indignata, si mise a sbuffare, raccolse in fretta e furia tutte le sue cose, il suo libro, la borsa e si incamminò verso l'uscita della sala d'attesa.Quando, sbollita un po' l'ira, cominciò a sentirsi meglio, si sedette su una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l'attenzione ed evitare altri spiacevoli episodi. Chiuse il libro e aprì la borsa per infilarlo dentro quando…… si avvide che il pacchetto di biscotti era lì, ancora intatto al suo interno. Il viso le si arrossò immediatamente per la vergogna, e solo allora si rese conto del fatto che il pacchetto dei biscotti che aveva mangiato apparteneva all'uomo seduto accanto a lei, e che costui lo aveva condiviso spontaneamente con lei, senza sentirsi indignato, nervoso o superiore, senza sbuffare né sentirsi ferito nell'orgoglio. Ho deciso di raccontarVi questa storia perché anche Voi, come me, possiate riflettere su quanto ci accade nel vivere quotidiano e possiate imparare la gioia di condividere con gli altri…………. magari solo un banale pacchetto di biscotti!!!
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Ero in treno in un giorno di pioggia, il treno stava rallentando per fermarsi nella stazione. Chissà perché, mi sono messa ad osservare attentamente le gocce di pioggia sul finestrino. Due gocce separate, sospinte dal vento, si sono unite per un attimo, poi si sono di nuovo divise, portando ciascuna con sé una parte dell’altra. Per il semplice fatto di essere entrate momentaneamente in contatto tra loro , nessuna delle due era più quella di prima. E ciascuna delle due, via via che entrava in contatto con altre gocce di pioggia, condivideva con loro non soltanto se stessa, ma anche quel che aveva tratto dalle precedenti”
Ho letto più volte questo passo contenuto in un libro, di cui non ricordo l’autore, ma che ricordo mi colpì al punto di decidere di copiarlo su un foglio di carta. Oggi ho ritrovato per caso questo appunto in un cassetto, e mentre rileggo la metafora descritta mi accorgo che sto provando la medesima sensazione di allora, ovvero che non si sfiorano mai le persone in modo tanto leggero da non lasciare traccia. Ciò che siamo, ciò che facciamo, incide sempre, in modo più o meno evidente, su quanti ci stanno intorno ed entrano in rapporto con noi. Per questo dovremmo fare attenzione a quanto, pur senza averne l’intenzione, condividiamo con gli altri, per imparare a condividere volontariamente. L’immagine delle gocce che si uniscono e poi si dividono non ha mai smesso di affascinarmi. Che modo reale, semplice eppure efficace, di esprimere una verità così grande:
“non sfioriamo mai le persone in modo tanto leggero da non lasciare traccia” In fondo, cos’è il rapporto tra gli uomini se non la consapevolezza che nessun incontro è privo di conseguenze, che nulla di quello che esprimiamo resta inascoltato?
Cos’altro è se non condividere volontariamente la parte migliore di noi?
Condividerla più e più volte, rendendo più luminosa la nostra e l’altrui giornata?
Se alla prima pioggia che verrà la vostra attenzione dovesse essere catturata dalle gocce che si rincorrono sui vetri bagnati, allora vorrà dire che anche voi, come me, siete stati sfiorati, magari solo per un attimo, dalla consapevolezza di poter dare il vostro contributo alla crescita di un altro individuo.
Paola Puglisi. AVERE IL CORAGGIO DI DIRE DI NO. Spesso pensiamo che, per trasmettere agli altri un'immagine positiva e vincente di noi stessi, dobbiamo avere sempre la risposta pronta e mostrarci senza dubbi. Tutti ricordiamo le parole di Socrate "il saggio è colui che sa di non sapere", eppure i vuoti ci spaventano e l'imbarazzo ci prende ogni volta che le parole rimangono sospese nel silenzio. Come mai? Probabilmente la velocità della tecnologia (e-mail, sms, messanger, chat) ha contagiato anche il mondo delle relazioni e tutto tende a essere troppo rapido: l'elaborazione di un pensiero deve immediatamente tradursi in parole, risposte, definizioni. Ma il vero problema è il tabù dell'incertezza, che è una paura umana da sempre. Così, dire a qualcuno "Non sono sicuro di fare la cosa giusta" può sembrare un'ammissione inaccettabile. L'altro potrebbe perdere fiducia in noi! Quindi, meglio fingere di non avere dubbi. Eppure, se dire "non so" può essere rischioso, pensare automaticamente può rivelarsi altrettanto controproducente. Può ingabbiarci in comportamenti scontati in cui è difficile valutare tutte le componenti della situazione: si segue la solita strada chiudendo gli occhi sui percorsi alternativi. Per non incatenare la mente in questi automatismi negativi, paralizzanti per le energie creative bisognose della brezza del dubbio, l'incertezza è percepita, più che come debolezza, come strumento di rinnovamento. Allo stesso modo, il "non sapere" va visto non come forma di incompetenza, ma come esigenza di rallentare, di prendersi il tempo per abbracciare qualcosa che arriverà ma non c'è in quel momento. Accettare un momento di sospensione può quindi aprirci al diverso e introdurci a un nuovo modo di vedere le cose. Ma come rivelare l'incertezza all'esterno senza essere giudicati confusi, impreparati, scarsamente competenti o poco brillanti? Lasciando agire fiduciosi la dinamica del dialogo. Infatti, non appena ci consentiamo una pausa e freniamo il bisogno di parlare a qualsiasi costo, qualcosa di magico accade anche dall'altra parte, nel nostro interlocutore. Anche lui percepisce l'importanza di non precipitarsi, di aprire uno spazio in cui mettere in gioco le proprie opinioni. Si attiva così un processo che porta le conversazioni a essere più porose e flessibili, che autorizza i pensieri a essere più complessi, rendendo indubbiamente più preziosa, duttile e creativa ogni relazione. Comunicare: "Oggi non sono in grado di prendere questa decisione ... " può trasformarsi anche in uno strumento d'affermazione della leadership personale. Perché rovescia il mito del capo sempre sicuro di sé e di quello che vuole. Al posto di questa "monoliticità" un po' scontata, emerge il coraggio di riconoscersi come luce e ombra. La capacità di mettersi sempre in discussione e di coltivare il seme della pazienza, rivendicando il valore del tempo nella scelta della giusta azione.
Una madre con il figlio stanno camminando sulla spiaggia. A un certo punto il bambino dice: “Mamma, come si fa a mantenere un’amicizia?”La madre guarda il figlio sorridendo e poi gli dice: “ Raccogli un po’ di sabbia “Il ragazzo si china e raccoglie una manciata di sabbia finissima.La madre, allora, sempre sorridendo: “Ora stringi il pugno….”Il ragazzo stringe la mano attorno alla sabbia e vede che, più stringe, più la sabbia gli esce dalla mano.“Mamma, la sabbia se ne scappa….”“Lo so, caro….Ora tieni la mano completamente aperta…”Il ragazzo ubbidisce, ma una folata di vento porta via parte della rimanente.“Anche così non riesco a tenerla….”E la madre, sempre sorridendo:“Adesso raccogline un altro po’ e tienila con la mano aperta a cucchiaio…Così…abbastanza chiusa per custodire e abbastanza aperta per la libertà”Il ragazzo riprova, e questa volta la sabbia non sfugge dalla mano ed è protetta dal vento.“Ecco come far durare un’amicizia…”(Kherydan)
Il vostro interlocutore si tocca il naso? Allora vi sta mentendo. Sfugge il vostro sguardo? Si sente in colpa.Corruga la fronte? E’ concentrato.Inarca le sopracciglia? E’ sorpreso o spaventato.Naturalmente non sempre è così semplice interpretare gli stati d’animo di chi ci sta di fronte, ma prestare attenzione ai piccoli gesti quotidiani può aiutarci per imparare a conoscere non solo gli altri ma anche noi stessi.Se, ad esempio, al primo appuntamento il nostro lui resta immobile nel suo spazio significa che non è particolarmente interessato, se invece ripete istintivamente i nostri gesti (come toccarsi i capelli o giocherellare con le mani) significa che c’è una buona intesa. Se si guarda intorno ci sono scarse probabilità di un secondo incontro, se addirittura distoglie lo sguardo o annuisce in continuazione è meglio lasciar perdere, sicuramente neppure ci ascolta. O ancora, se tiene le braccia incrociate potrebbe voler alzare un muro per impedirci di avvicinarlo, se ha le gambe in continuo movimento o le mascelle contratte potrebbero tradire nervosismo e disagio.Anche il comportamento abituale parla di noi: conoscere il proprio stile comportamentale e saper individuare quello di chi ci sta di fronte ci permettere di giocare d’anticipo e prendere l’iniziativa in qualunque occasione.Se, ad esempio, a causa di un’incomprensione si crea una frattura nel rapporto tra due soggetti, sapere che l’altro è un metodico piuttosto che un pragmatico, ci permette di sapere anticipatamente come reagirà all’evento e quindi a non farci cogliere di sorpresa. Un metodico abbasserà lo sguardo, prenderà tempo e rinvierà la decisione sul continuare o meno il rapporto, un pragmatico tenderà ad alzare la voce per la tensione, un travolgente attaccherà l’interlocutore non riuscendo a gestire la tensione, un socievole manterrà la relazione ma se ne allontanerà.Questo perché il metodico ha bisogno di conoscere bene l’argomento, è molto cauto inizialmente, mentre il pragmatico è più orientato al risultato che alla relazione; il travolgente vive picchi notevoli - o è tutto positivo o è tutto negativo - tende ad affermare sempre e comunque le proprie idee, il socievole è un emozionale, sempre moderato nelle proprie azioni. Osservare il territorio serve per entrare in rapporto con gli altri, non osservarlo è come muoversi bendato nel labirinto delle relazioni. Nel caso di un individuo il territorio è il corpo, impariamo ad osservarlo per capire come accorciare le distanze che ci separano dal resto del mondo.
Anni in cui lo "scontro" tra agenzie immobiliari era inevitabile. Per scontro intendo l'appuntamento d'acquisizione nello stesso orario, sullo stesso immobile in cui gli acquisitori spesso si incontravano. (per i più preparati l'appuntamento d’acquisizione era l’incontro durante il quale si cercava di ottenere l'incarico di vendita in esclusiva dell'immobile) I proprietari allora usavano dare appuntamenti accavallando le visite, e se non erano loro a farlo lo suggerivamo gli stessi acquisitori: " A che ora ha l' appuntamento con l'altra agenzia? Alle 16,00? Allora vengo anche io!"
Personalmente mi sono trovata di frequente sullo stesso appuntamento con la concorrenza, fortunatamente però la tenacia e la caparbietà che mi distinguevano dagli altri colleghi mi permetteva di avere la meglio . Certo non era semplice trovarsi di fronte un altro agente seduto al tavolino in procinto di sottoscrivere l'incarico di vendita...vi lascio immaginare...le reazioni più disparate! Chi chiedeva al proprietario un altro appuntamento, chi sosteneva fosse il caso di tornare più tardi, chi come me, (la netta minoranza!)si ....sedeva.
Vi domanderete, come si sedeva? Si si, mi sedevo proprio di fronte al collega che si accingeva a chiedere la firma dell'incarico al cliente, creando ovviamente nel mal capitato una sorta di disagio, d’imbarazzo a continuare la trattativa. Il più delle volte usavo quella che definivamo "azione di disturbo" ovvero coglievo l'attenzione del proprietario (o di uno dei proprietari) facendomi accompagnare in giro per l'immobile rientrando continuamente nella stanza dove il collega era seduto pronto a chiedere la firma.
Certo ero poco più di una ventenne, ma molto molto decisa nel mio lavoro. Ci credevo ciecamente ed agivo in nome di una convinzione: se il cliente avrebbe potuto firmare l'incarico all'altro agente lo avrebbe potuto fare anche con me! Per questo non avrei mollato l'appuntamento neanche se avessi trovato seduto davanti a me il presidente della repubblica in persona. Nella maggior parte dei casi, il collega si ritirava, chiudendo l'agenda con il contratto non firmato....e proprio in quel momento sapevo, comprendevo, ne ero certissima che avrei ottenuto l'incarico di vendita dal proprietario. Era proprio così!
Vi posso assicurare che quella firma ottenuta era solo l'inizio di tutto un programma che portava quasi sempre alla vendita dell'immobile oggetto della mia contesa....Sono passati oltre vent'anni da allora, sono entrata in tantissime case e di immobili ne ho venduti davvero molti…I clienti non dimenticano... e ancora oggi ogni tanto qualcuno mi telefona….