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Storia di un imprenditore
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Un giorno, un ambizioso imprenditore, proprietario di un modesto calzaturificio di provincia , si fece venire in mente l’idea di allargare i propri orizzonti d’affari, pensando di sconfinare in terre lontane e non limitarsi più, a quello che fino ad allora era stato il suo abituale e modesto giro d’affari.Deciso più che mai all’ardimentosa impresa iniziò a selezionare quotidianamente un sacco di persone disposte ad accettare l’incarico di rappresentare la sua ditta all’estero. Alla fine, dopo un estenuante lavoro di ricerca durato vari mesi, arrivò a sceglierne un paio. Entrambi dimostravano spiccatissime capacità persuasive ed un’ottima presenza. Ovviamente tutti e due erano dotati di una dialettica più alta della media, nonchè un’eccellente conoscenza della lingua inglese.Decise cosi di portare il proprio marchio oltre i confini del grande continente nero,l’Africa.Osservate le varie cose burocratiche ed organizzative, i due rappresentanti partirono, uno diretto in una parte del continente, e l’altro dalla parte opposta.Passati i due mesi di permanenza stabilita, entrambi fecero ritorno in Italia. Dopo due giorni, convocati, si fecero trovare puntuali negli uffici del loro nuovo capo. A quel punto entrato il primo , alla domanda scontata dell’imprenditore circa come fosse andata, sorridente rispose cosi: <<Intanto, mi complimento con lei, credo sia davvero un grandissimo imprenditore, lei ha avuto acume ed una lungimiranza che raramente ho trovato in nessuno nella mia carriera. Non ci crederà, ma in quei luoghi c’è da fare soldi da raccoglierli con la pala, pensi in due mesi, non ho visto mai, dico mai, nessuno con un paio di scarpe ai piedi, esportarle li, significherebbe diventare miliardari in men che non si dica, mi creda.>> Arrivato il turno dell’altro rappresentante, il titolare notò in lui un certo sguardo afflitto, allora gli chiese: << Bhè, cos’è quella faccia appesa giovanotto, non ha riposato bene questa notte?>> Con un sorriso sarcastico il rappresentante rispose: << No affatto, il mio riposo non c’entra nulla, anzi, dopo due mesi questa e’ stata la prima nottata che ho riposato decentemente. Piuttosto quello che mi preoccupa è darle cattive notizie circa il suo progetto di espansione aziendale. Pensi, in tanti anni di carriera,non ho mai visto un posto, dove tutti rifiutassero di indossare scarpe, giuro non le porta nessuno, quello è un posto dove tutti amano andare in giro scalzi, di certo non se ne venderebbe neanche un paio …>> La morale di questa storiella caro Fabrizio la lascio a te…. Ti saluto con affetto Luca Pinna
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La storia della mia ombra (siamo in due).
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A cura di Beatrice Prudenti Quella mattina, proprio non ne volevo sapere di alzarmi, mi avevano avvertito all'ultimo momento della gara ma nonostante la stanchezza per i tanti allenamenti e gare, per niente al mondo mi sarei tirato indietro da un evento di triathlon olimpico.Mi chiedevo, durante il viaggio in macchina, come sarebbe andata e quali atleti della mia categoria avrebbero partecipato alla competizione; una cosa era certa, cuore, testa e muscoli erano dalla mia parte.Appena arrivati un bel sole faceva brillare i telai delle bici e gli sguardi con gli altri atleti che si accingevano alle operazioni preliminari, lasciavano intendere che sarebbe stata una giornata di grande impegno sportivo.Comincio a gonfiare le gomme, ero in leggero ritardo e cercavo velocemente di sistemare la bici: bene finito!.....Macchè, Un botto sordo mi fa girare di scatto e la ruota della mia bicicletta a terra, pochi minuti alla partenza.Mi attacco al copertone facendo pressione con tutte le dita, una goccia di sudore mi scendeva lungo la guancia per poi raggiungere velocemente la bocca, cominciamo bene, penso.Il mio sguardo sulla linea di partenza, tutto era pronto, molti gli atleti già in attesa, ed io non riuscivo a sfilare quella maledetta gomma. Un sorriso di conforto, due mani in più sulla ruota a bloccare il cerchione e la gomma viene via, un atleta mi era venuto in soccorso.Lo ringrazio ricambiandolo dello stesso sorriso. La tensione era scesa, per il momento, pensando che ero stato fortunato considerato che la gomma avrebbe potuto abbandonarmi in zona cambio o durante la gara, ed allora non avrei davvero potuto fare niente.Mi infilo velocemente la muta prendo cuffia, occhialini e zainetto, con la mano libera spingo la sella della bici e mi avvio in zona cambio.La strada dissestata mi faceva sbandare la ruota davanti e mi vedevo costretto a continui movimenti della sella per tenerla in equilibrio, mi veniva da ridere perché sembravo davvero un principiante con la bici che procedeva un po' di qua e un po' di la, o forse, ero ancora il principiante che non aveva imparato a tenere a freno le emozioni che a quel punto, in prossimità della zona cambio, erano particolarmente forti.Supero il controllo, entro nella zona cambio e sistemo la bici, preparo le scarpe a terra, casco, occhiali, gel.Un brivido pervade il mio corpo, lo sguardo immobile sulla linea di partenza, il sorriso sparisce,... la tensione, eccola di nuovo, faccio un respiro profondo.Improvvisamente anche il vociare intorno a me si interrompe, il silenzio e la concentrazione sembrano aver preso il sopravvento mentre i brividi aiutati dalla leggera brezza che tirava non volevano abbandonarmi.Riesco di nuovo a sorridere mentre mi avvio alla partenza, guardo il cielo azzurro sporcato da qualche piccola nuvola e ringrazio Dio per avermi regalato ancora la gioia di essere lì a godermi la vita.I continui saluti con gli atleti mi distraggono per un po' mentre indosso cuffia e occhiali poi il tuffo per sentire la temperatura dell'acqua e scaldare i muscoli prima della partenza.Il laghetto era stretto nella parte iniziale per poi allargarsi nella parte finale, proprio per questo motivo avevano sistemato la prima boa molto vicina, circa centocinquanta metri, la breve distanza che ci separava da lei lasciava immaginare una partenza velocissima per cercare di girare la boa prima degli altri atleti.Tutti pronti per il via, cominciamo a pressare,......... il suono sordo della sirena....Partiti!.Ho spesso sentito parlare di atleti che in acqua avevano preso un sacco di botte, anche se a me era capitato di rado qualche colpo, fino a quel giorno però, quando nonostante avessi tentato di partire a tutta, gli atleti mi avevano chiuso l'acqua ed il mio tentativo di superare veniva punito da continui colpi.Una bella gomitata, forse da un esperto pallanuotista, quasi mi paralizza il polso, decido per il ritiro proprio al giro di boa. Incredibile! impossibile ritirarsi, atleti ovunque che mi costringono a proseguire anche se a rana.Giro la boa a fatica , l'acqua fredda, il cuore in gola, il sole sempre lì a brillare,... vabbè, mi dico, fammi un po' vedere come nuoti, il serpentone ormai allungato non lasciava ombra di dubbio, gara finita.Abbasso la testa e riparto, mi allungo, trovo un varco e un corridoio abbastanza libero e di nuovo in gara. l'acqua sporca non lasciava guardare il fondo ma ogni bracciata riuscivo a salutare il sole e quella bracciata diventava più potente e decisa....bello, bello mi dico, così mi piaci, sorrido,...ero in gara di nuovo e l'idea di inseguire non mi dispiaceva affatto, non avevo più niente da perdere; l'acqua non era più fredda ed il sole continuava a baciarmi ad ogni bracciata.Riesco ad uscire con un gruppo compatto, dentro i miei più diretti amici avversari, dovevo aver nuotato proprio forte per essere rientrato su di loro.Cammino all'indietro sulla muta pistandola e così riesco a sfilarla velocemente, di solito mi inchinavo per toglierla con le mani, ma quel giorno non avevo più niente da perdere e l'operazione mi aveva premiato tanto da regalarmi qualche secondo di vantaggio sul gruppo.Indosso velocemente casco e occhiali, sistemo il gel nella tasca del top e mi avvio all’uscita della zona cambio.Salgo rapidamente, due colpi di pedale per mantenere la bici in equilibrio e indosso le scarpe che avevo lasciato attaccate ai pedali prima della partenza.Parto alzandomi in piedi poi mi siedo e scarico su un bel rettilineo tutti i rapporti; leggo 43, tolgo un rapporto, mi stabilizzo sull’andatura.Avevo percorso circa un paio di chilometri, quindi decido di voltarmi per controllare, porca puttana! Sono proprio dietro di me il gruppetto che avevo lasciato dietro si stava facendo sotto, continuare a tirare sarebbe stato un errore visto che avevo già dato per cercare di staccarli, li aspetto.A tirare il gruppo un veterano di questo sport, mi domandavo cosa facesse in quel gruppo visto che i suoi sicuramente erano avanti, forse aveva avuto anche lui problemi in acqua, ma di fatto era lì a tirare un bel gruppo di atleti. Fatico a riconoscerli mentre sfilano impedendomi di entrare,poi il buco,guardo, il sorriso di un atleta che con la testa mi fa segno di entrare, lo ringrazio, respiro Guardo il sole ancora lì a brillare, ero dentro ormai e l’idea di perdere quel gruppetto mi preoccupava.Il percorso presentava alcuni rilanci e qualche salita e la cosa mi faceva pensare che forse era meglio per me non tirare e rimanere dentro fino alla fine.Pochi chilometri alla fine ed ero ancora lì, nel gruppo, mentre continuavo a ripetermi , quanto fossi disposto a dare una volta sceso dalla bici, mi alzo in piedi; che cavolo fai? Mi dico, ma niente, proprio non volevo saperne scarico giù tutto nel tratto finale, scavallo la bici e mi rannicchio su un pedale, mentre i giudici di gara mi fanno segno di rallentare. Scendo al volo con un colpo di freni, la bici si solleva sulla ruota davanti, la velocità con la quale ero arrivato mi costringe a tirare sulle leve, esagerando.Sento il pubblico sospirare preoccupato dal sollevamento della bici che presto ricade, poi veloce raggiungo il mio posto in zona cambio, ad aspettarmi, le scarpe, un'altra bustina di maltodestrine e mezza bottiglietta d’acqua.Alzo la testa, il pubblico lungo il corridoio di uscita sorrideva e applaudiva alla mia uscita, sapevo di non essere tra i primi, ma quei sorrisi e quegli applausi mi facevano sentire un campione.Mentre il sole continuava a farmi sentir meno la stanchezza vedo un bimbo tirare la borsetta ad una ragazza sicuramente in attesa del suo atleta in gara, così penso a mia moglie e ai miei figli che non vedo.Esco veloce dal corridoio, forse troppo, ma evito le scuse e mi dico di non mollare, ragazzi che gamba! Dico tra me e me.Passo davanti ai giochi per bambini al bordo del lago, e lì per primo vedo mio figlio Tommaso, quattro anni, a testa in giù sullo scivolo che tenta di scendere, immaginate la faccia!.,Il più grande Gianmarco,nove anni, preoccupato, alla fine dello scivolo non si accorge di me intento a seguire le gesta del più piccolo.Beatrice mia moglie, come sempre attenta, mi vede,il suo sorriso è freddo il pugno chiuso ad incitarmi,le sorrido.Ormai gli alberi ed il lago mi separano da loro,rimango da solo: o forse no?!.Il sole faceva capolino tra gli alberi ed il lago regalava tutto il suo splendore in un posto come quello, ma poco tempo rimaneva per distrarsi avevo percorso solo sei settecento metri e la distanza che mi separava dal traguardo era troppa per concedermi distrazioni , i miei, erano dietro ed avevo deciso di non farmi superare.Bravo, mi dico, così vai forte e le gambe girano. Improvvisamente i passi, ed un ombra prepotente specchia sull’acqua dietro di me, porca puttana! Chi cavolo è questo.Aumento un poco per vedere se riesco a staccarlo, ed infatti è così.Il sudore che scende mi annebbia la vista, ogni tanto sbatto le palpebre per cercare di mettere a fuoco, provo di nuovo a diminuire, la stanchezza comincia a farsi sentire ad ogni impatto sul terreno ed anche il sole sembra volermi abbandonare nascosto dietro una nuvola, Dio come vorrei aver finito ripeto tra me e me.Porca puttana!, porca puttana, eccolo di nuovo, come un falco di nuovo addosso.I suoi passi rimbombano all’incrocio tra lo sterrato ed il lago, la sua ombra allungata si riaffaccia prepotente, questo non molla!, non molla!....Quinto chilometro, ancora un giro, mi convinco ad aumentare di nuovo, ma questo niente, è proprio un cagnaccio deve aver deciso di superarmi sento il suo fiato sul collo e non ho il coraggio di voltarmi.Breve discesetta provo qui ad andare via mentre alcuni atleti mi passano sono gli elite, ma non i miei.Sento il sale sulla pelle, la fatica mi piega le gambe, chissà dov’è quel figlio di puttana , chissà se era tra gli elite. Settimo chilometro, devo aver perso distratto il cartello del sesto chilometro.Rientro lungo il corridoio del lago ancora tre maledetti chilometri, il sole è tornato a brillare e mi secca la pelle così decido per il rifornimento, prendo il bicchiere due sorsi e poi lo giro sopra la mia testa, che sollievo, il bicchiere rimane lì, girato, non vuole cadere, i ragazzi del servizio ridono vedendomi correre con il bicchiere che in testa che sembra un cappellino bianco, poi cade, così come le mie forze.Non riesco a crederci, tre e quarantacinque il settimo chilometro, ma lui di nuovo dietro di me, la sua ombra, i suoi passi, il suo respiro, decido di farlo passare, troppo forte! troppo forte! Ripeto tra me e me; e lui, troppo bravo, rallento, nono chilometro.Incredibilmente anche lui rallenta, è cotto anche lui mi dico, tento di aumentare il passo mentre cuore e muscoli decidono di abbandonarmi e sono costretto a rallentare di nuovo. La mente no però, la mente è ancora lì, vedevo sempre più sfocato mentre riuscivo a sentire solo il mio respiro affannato, se non si avvicina per i prossimi trecento metri posso farcela a batterlo.Macchè, eccolo di nuovo,” bastardo di un cagnaccio” mancano solo ottocento metri, almeno così credo di aver capito due secondi fa chiedendolo ad uno spettatore, sono confuso, domando di nuovo, ottocento metri mi confermano.Lui, è un grande, penso, perché non si avvicina e rimane coperto fino allo sprint, continuo a chiedermi chi sarà, non oso girarmi anche perché troppo vicino, la sua ombra è pressante.Vedo in profondità l’arrivo, poco meno di quattrocento metri, mentre il sole continua a farla da padrone regalando all’evento il massimo del confort, ma non per me, per niente al mondo avrei mollato su quel bastardo che mi aveva inseguito con la sua ombra.Eccolo! Eccolo! L’ombra più vicina non lascia ombra di dubbio siamo allo sprint, cento metri al traguardo: parto a tutta.Ottanta, settanta, sessanta, cinquanta, mi sembra di morire ma non lo vedo più, l’ho staccato! L’ho staccato! ….Venti, dieci, a denti stretti passo il traguardo, mi piego, mi strofino gli occhi, sorrido e penso: devo proprio congratularmi con quel cagnaccio è stato davvero bravo , adesso mi giro e finalmente metterò questo atleta nei ricordi come il più gran bastardo di tutte le gare che ho fatto.Mi giro! Sbarro gli occhi, nessuno dietro di me, ma non è possibile! Era proprio dietro di me, aspetto ancora , guardo meglio, mi strofino gli occhi i più vicini erano a quaranta secondi e lui non poteva essere tra loro, troppo lontani per aver visto quell’ombra piombarmi addosso.Improvvisamente capisco: l’ombra, quel bastardo che inseguiva, incredibilmente era la mia ed avevo dato il massimo in sua compagnia.Avevo conosciuto così un avversario straordinario, che quando vuole, è davvero un gran figlio di puttana, proprio quel figlio di puttana che ora so mi accompagnerà per sempre e che potrà aiutarmi a spingere sull’acceleratore della vita in qualsiasi momento. Fabrizio Pinci cell 3381812070.
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Prendi una decisione
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Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce. Lentamente muore chi fa della televisione il suo guru. Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti. Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova la grazia in se stesso. Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare. Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante. Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce . Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivi richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità. “Chi muore” (Ode alla vita) di Pablo Neruda Ho voluto proporre questa poesia del grande Neruda perché in perfetta sintonia con tante vite e tante storie. Una metafora della vita che alla vita appartiene e che è testimone di tante decisioni anzi di tante non decisioni mai prese... Ma basterebbe un attimo per cambiare l’ordine delle cose. Se non provi ad afferrare il tempo che scorre piuttosto veloce, se non provi a dirigerti verso altri luoghi se non provi a cambiare il tuo destino, forse solo le coordinate se non provi a decidere che è giunta l’ora di darti un’opportunità.... Devi credere che dietro l’angolo c’è una risposta da trovare e devi credere che tu e solo tu puoi essere artefice del tuo bene e ci devi credere a tal punto che riuscirai ad attraversare le strade più impervie e finalmente, non importa il risultato, piccolo o grande che sia, finalmente sarà il tuo risultato, pronto per vivere la vita, la libertà, il successo e non rimpiangere mai una decisione non presa.
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cosi' e' se vi pare
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Un’antica leggenda racconta di una coppia di anziani genitori, con un figlio di 12 anni, pochi soldi in tasca ma un forte desiderio di viaggiare e conoscere il mondo.L’unico mezzo di trasporto che possedevano, tuttavia, era un mulo, ma un giorno decisero di partire comunque, raccolsero le poche cose che avevano e si incamminarono per il sentiero che avevano sempre sognato. Arrivati al primo paese la gente commentava: “guarda quel ragazzo quanto è maleducato, lui sul carro e i suoi poveri genitori, già anziani, che lo tirano..”Allora la moglie disse a suo marito: “non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio”. Così il marito fece scendere il ragazzo e salì sul mulo al posto suo.Arrivati al secondo paese la gente mormorava : “guardate che svergognato quell’uomo, lascia che il ragazzo e la moglie tirino il mulo, mentre lui se ne sta comodamente seduto”.Allora presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio spingevano l’animale. Arrivati al terzo paese la gente commentava: “ pover’uomo, dopo aver lavorato tutto il giorno lascia che la moglie salga sul mulo e spende le ultime forze per spingerla”. Allora si misero d’accordo e decisero di tirare tutti e tre la bestia e continuare il cammino.Arrivati al paese successivo non potevano credere a ciò che la gente mormorava: “guarda quei tre idioti, camminano anche se hanno un mulo che potrebbe portarli”. Conclusione: ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile trovare qualcuno al quale piaci così come sei. Ciascuno di noi vede sempre e soltanto ciò che vuol vedere.Quindi, vivi come credi, fai quello che ti dice il cuore, ciò che vuoi veramente, e non ti curare del giudizio degli altri.
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Non è sempre come sembra
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LA scatola di biscotti. Nella sala d'attesa di un grande aeroporto una ragazza che aspettava il suo volo, sapendo di dover attendere a lungo, decise di comprare un libro per non annoiarsi. Per godersi meglio la lettura, comprò anche un pacchetto di biscotti ed andò nella sala vip per stare più tranquilla. Si sedette: accanto a lei c'era la sedia con i biscotti, dall'altro lato un signore che stava leggendo il giornale. Quando prese il primo biscotto notò con suo grande disappunto che anche l'uomo accanto a lei ne aveva preso uno: si sentì profondamente indignata ma, per quieto vivere, preferì non dire nulla. Continuò a leggere il suo libro, ma in realtà rimuginava sul fatto che se avesse avuto un po' più di coraggio, gliene avrebbe dette quattro... e magari gli avrebbe anche assestato un bel pugno in faccia, a quel grandissimo maleducato !!! Nel frattempo, ogni volta che lei prendeva un biscotto, l'uomo accanto a lei faceva altrettanto. Continuarono così fino a quando nel pacchetto rimase solo un biscotto. La ragazza esitò un istante, curiosa di vedere fino a che punto si spingeva l'arroganza di quell'uomo. Contrariamente ad ogni sua aspettativa, l'uomo prese l'ultimo biscotto e lo divise a metà, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Questo era veramente troppo!!! La ragazza, indignata, si mise a sbuffare, raccolse in fretta e furia tutte le sue cose, il suo libro, la borsa e si incamminò verso l'uscita della sala d'attesa.Quando, sbollita un po' l'ira, cominciò a sentirsi meglio, si sedette su una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l'attenzione ed evitare altri spiacevoli episodi. Chiuse il libro e aprì la borsa per infilarlo dentro quando…… si avvide che il pacchetto di biscotti era lì, ancora intatto al suo interno. Il viso le si arrossò immediatamente per la vergogna, e solo allora si rese conto del fatto che il pacchetto dei biscotti che aveva mangiato apparteneva all'uomo seduto accanto a lei, e che costui lo aveva condiviso spontaneamente con lei, senza sentirsi indignato, nervoso o superiore, senza sbuffare né sentirsi ferito nell'orgoglio. Ho deciso di raccontarVi questa storia perché anche Voi, come me, possiate riflettere su quanto ci accade nel vivere quotidiano e possiate imparare la gioia di condividere con gli altri…………. magari solo un banale pacchetto di biscotti!!!
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Gocce
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Ero in treno in un giorno di pioggia, il treno stava rallentando per fermarsi nella stazione. Chissà perché, mi sono messa ad osservare attentamente le gocce di pioggia sul finestrino. Due gocce separate, sospinte dal vento, si sono unite per un attimo, poi si sono di nuovo divise, portando ciascuna con sé una parte dell’altra. Per il semplice fatto di essere entrate momentaneamente in contatto tra loro , nessuna delle due era più quella di prima. E ciascuna delle due, via via che entrava in contatto con altre gocce di pioggia, condivideva con loro non soltanto se stessa, ma anche quel che aveva tratto dalle precedenti”
Ho letto più volte questo passo contenuto in un libro, di cui non ricordo l’autore, ma che ricordo mi colpì al punto di decidere di copiarlo su un foglio di carta. Oggi ho ritrovato per caso questo appunto in un cassetto, e mentre rileggo la metafora descritta mi accorgo che sto provando la medesima sensazione di allora, ovvero che non si sfiorano mai le persone in modo tanto leggero da non lasciare traccia. Ciò che siamo, ciò che facciamo, incide sempre, in modo più o meno evidente, su quanti ci stanno intorno ed entrano in rapporto con noi. Per questo dovremmo fare attenzione a quanto, pur senza averne l’intenzione, condividiamo con gli altri, per imparare a condividere volontariamente. L’immagine delle gocce che si uniscono e poi si dividono non ha mai smesso di affascinarmi. Che modo reale, semplice eppure efficace, di esprimere una verità così grande:
“non sfioriamo mai le persone in modo tanto leggero da non lasciare traccia” In fondo, cos’è il rapporto tra gli uomini se non la consapevolezza che nessun incontro è privo di conseguenze, che nulla di quello che esprimiamo resta inascoltato?
Cos’altro è se non condividere volontariamente la parte migliore di noi?
Condividerla più e più volte, rendendo più luminosa la nostra e l’altrui giornata?
Se alla prima pioggia che verrà la vostra attenzione dovesse essere catturata dalle gocce che si rincorrono sui vetri bagnati, allora vorrà dire che anche voi, come me, siete stati sfiorati, magari solo per un attimo, dalla consapevolezza di poter dare il vostro contributo alla crescita di un altro individuo.
Paola Puglisi. AVERE IL CORAGGIO DI DIRE DI NO. Spesso pensiamo che, per trasmettere agli altri un'immagine positiva e vincente di noi stessi, dobbiamo avere sempre la risposta pronta e mostrarci senza dubbi. Tutti ricordiamo le parole di Socrate "il saggio è colui che sa di non sapere", eppure i vuoti ci spaventano e l'imbarazzo ci prende ogni volta che le parole rimangono sospese nel silenzio. Come mai? Probabilmente la velocità della tecnologia (e-mail, sms, messanger, chat) ha contagiato anche il mondo delle relazioni e tutto tende a essere troppo rapido: l'elaborazione di un pensiero deve immediatamente tradursi in parole, risposte, definizioni. Ma il vero problema è il tabù dell'incertezza, che è una paura umana da sempre. Così, dire a qualcuno "Non sono sicuro di fare la cosa giusta" può sembrare un'ammissione inaccettabile. L'altro potrebbe perdere fiducia in noi! Quindi, meglio fingere di non avere dubbi. Eppure, se dire "non so" può essere rischioso, pensare automaticamente può rivelarsi altrettanto controproducente. Può ingabbiarci in comportamenti scontati in cui è difficile valutare tutte le componenti della situazione: si segue la solita strada chiudendo gli occhi sui percorsi alternativi. Per non incatenare la mente in questi automatismi negativi, paralizzanti per le energie creative bisognose della brezza del dubbio, l'incertezza è percepita, più che come debolezza, come strumento di rinnovamento. Allo stesso modo, il "non sapere" va visto non come forma di incompetenza, ma come esigenza di rallentare, di prendersi il tempo per abbracciare qualcosa che arriverà ma non c'è in quel momento. Accettare un momento di sospensione può quindi aprirci al diverso e introdurci a un nuovo modo di vedere le cose. Ma come rivelare l'incertezza all'esterno senza essere giudicati confusi, impreparati, scarsamente competenti o poco brillanti? Lasciando agire fiduciosi la dinamica del dialogo. Infatti, non appena ci consentiamo una pausa e freniamo il bisogno di parlare a qualsiasi costo, qualcosa di magico accade anche dall'altra parte, nel nostro interlocutore. Anche lui percepisce l'importanza di non precipitarsi, di aprire uno spazio in cui mettere in gioco le proprie opinioni. Si attiva così un processo che porta le conversazioni a essere più porose e flessibili, che autorizza i pensieri a essere più complessi, rendendo indubbiamente più preziosa, duttile e creativa ogni relazione. Comunicare: "Oggi non sono in grado di prendere questa decisione ... " può trasformarsi anche in uno strumento d'affermazione della leadership personale. Perché rovescia il mito del capo sempre sicuro di sé e di quello che vuole. Al posto di questa "monoliticità" un po' scontata, emerge il coraggio di riconoscersi come luce e ombra. La capacità di mettersi sempre in discussione e di coltivare il seme della pazienza, rivendicando il valore del tempo nella scelta della giusta azione.
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come si mantiene l'amicizia?..
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Come si mantiene un’amicizia?
Una madre con il figlio stanno camminando sulla spiaggia. A un certo punto il bambino dice: “Mamma, come si fa a mantenere un’amicizia?” La madre guarda il figlio sorridendo e poi gli dice: “ Raccogli un po’ di sabbia “ Il ragazzo si china e raccoglie una manciata di sabbia finissima. La madre, allora, sempre sorridendo: “Ora stringi il pugno….” Il ragazzo stringe la mano attorno alla sabbia e vede che, più stringe, più la sabbia gli esce dalla mano. “Mamma, la sabbia se ne scappa….” “Lo so, caro….Ora tieni la mano completamente aperta…” Il ragazzo ubbidisce, ma una folata di vento porta via parte della rimanente. “Anche così non riesco a tenerla….” E la madre, sempre sorridendo: “Adesso raccogline un altro po’ e tienila con la mano aperta a cucchiaio…Così…abbastanza chiusa per custodire e abbastanza aperta per la libertà” Il ragazzo riprova, e questa volta la sabbia non sfugge dalla mano ed è protetta dal vento. “Ecco come far durare un’amicizia…” (Kherydan)
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il corpo comunica.
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Il vostro interlocutore si tocca il naso? Allora vi sta mentendo. Sfugge il vostro sguardo? Si sente in colpa.Corruga la fronte? E’ concentrato.Inarca le sopracciglia? E’ sorpreso o spaventato. Naturalmente non sempre è così semplice interpretare gli stati d’animo di chi ci sta di fronte, ma prestare attenzione ai piccoli gesti quotidiani può aiutarci per imparare a conoscere non solo gli altri ma anche noi stessi. Se, ad esempio, al primo appuntamento il nostro lui resta immobile nel suo spazio significa che non è particolarmente interessato, se invece ripete istintivamente i nostri gesti (come toccarsi i capelli o giocherellare con le mani) significa che c’è una buona intesa. Se si guarda intorno ci sono scarse probabilità di un secondo incontro, se addirittura distoglie lo sguardo o annuisce in continuazione è meglio lasciar perdere, sicuramente neppure ci ascolta. O ancora, se tiene le braccia incrociate potrebbe voler alzare un muro per impedirci di avvicinarlo, se ha le gambe in continuo movimento o le mascelle contratte potrebbero tradire nervosismo e disagio. Anche il comportamento abituale parla di noi: conoscere il proprio stile comportamentale e saper individuare quello di chi ci sta di fronte ci permettere di giocare d’anticipo e prendere l’iniziativa in qualunque occasione. Se, ad esempio, a causa di un’incomprensione si crea una frattura nel rapporto tra due soggetti, sapere che l’altro è un metodico piuttosto che un pragmatico, ci permette di sapere anticipatamente come reagirà all’evento e quindi a non farci cogliere di sorpresa. Un metodico abbasserà lo sguardo, prenderà tempo e rinvierà la decisione sul continuare o meno il rapporto, un pragmatico tenderà ad alzare la voce per la tensione, un travolgente attaccherà l’interlocutore non riuscendo a gestire la tensione, un socievole manterrà la relazione ma se ne allontanerà. Questo perché il metodico ha bisogno di conoscere bene l’argomento, è molto cauto inizialmente, mentre il pragmatico è più orientato al risultato che alla relazione; il travolgente vive picchi notevoli - o è tutto positivo o è tutto negativo - tende ad affermare sempre e comunque le proprie idee, il socievole è un emozionale, sempre moderato nelle proprie azioni. Osservare il territorio serve per entrare in rapporto con gli altri, non osservarlo è come muoversi bendato nel labirinto delle relazioni. Nel caso di un individuo il territorio è il corpo, impariamo ad osservarlo per capire come accorciare le distanze che ci separano dal resto del mondo.
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RICORDI DI UNA AGENTE IMMOBILIARE
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Anni '90. Anni in cui lo "scontro" tra agenzie immobiliari era inevitabile. Per scontro intendo l'appuntamento d'acquisizione nello stesso orario, sullo stesso immobile in cui gli acquisitori spesso si incontravano. (per i più preparati l'appuntamento d’acquisizione era l’incontro durante il quale si cercava di ottenere l'incarico di vendita in esclusiva dell'immobile) I proprietari allora usavano dare appuntamenti accavallando le visite, e se non erano loro a farlo lo suggerivamo gli stessi acquisitori: " A che ora ha l' appuntamento con l'altra agenzia? Alle 16,00? Allora vengo anche io!" Personalmente mi sono trovata di frequente sullo stesso appuntamento con la concorrenza, fortunatamente però la tenacia e la caparbietà che mi distinguevano dagli altri colleghi mi permetteva di avere la meglio . Certo non era semplice trovarsi di fronte un altro agente seduto al tavolino in procinto di sottoscrivere l'incarico di vendita...vi lascio immaginare...le reazioni più disparate! Chi chiedeva al proprietario un altro appuntamento, chi sosteneva fosse il caso di tornare più tardi, chi come me, (la netta minoranza!)si ....sedeva. Vi domanderete, come si sedeva? Si si, mi sedevo proprio di fronte al collega che si accingeva a chiedere la firma dell'incarico al cliente, creando ovviamente nel mal capitato una sorta di disagio, d’imbarazzo a continuare la trattativa. Il più delle volte usavo quella che definivamo "azione di disturbo" ovvero coglievo l'attenzione del proprietario (o di uno dei proprietari) facendomi accompagnare in giro per l'immobile rientrando continuamente nella stanza dove il collega era seduto pronto a chiedere la firma. Certo ero poco più di una ventenne, ma molto molto decisa nel mio lavoro. Ci credevo ciecamente ed agivo in nome di una convinzione: se il cliente avrebbe potuto firmare l'incarico all'altro agente lo avrebbe potuto fare anche con me! Per questo non avrei mollato l'appuntamento neanche se avessi trovato seduto davanti a me il presidente della repubblica in persona. Nella maggior parte dei casi, il collega si ritirava, chiudendo l'agenda con il contratto non firmato....e proprio in quel momento sapevo, comprendevo, ne ero certissima che avrei ottenuto l'incarico di vendita dal proprietario. Era proprio così! Vi posso assicurare che quella firma ottenuta era solo l'inizio di tutto un programma che portava quasi sempre alla vendita dell'immobile oggetto della mia contesa....Sono passati oltre vent'anni da allora, sono entrata in tantissime case e di immobili ne ho venduti davvero molti…I clienti non dimenticano... e ancora oggi ogni tanto qualcuno mi telefona….
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Amicizia oggi
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Oggi gli uomini prendono le distanze dall’amicizia, non le danno più confidenza, non la cercano, se la incontrano fuggono….. sapete perché? Non certo perché dubitino di questo sentimento, più semplicemente perché sono consapevoli che l’amicizia esige un clima morale molto alto, differente da quello arido e sterile dei giorni nostri. L’amicizia, quella vera, quella fatta di sentimenti comuni e di gioie condivise, è frutto di comprensione, di fiducia. Come pensiamo di poter comprendere gli altri se siamo così presi da noi stessi, se non riusciamo a vedere oltre il nostro interesse personale, se riduciamo ogni gesto ad un semplice calcolo? E come possiamo aver fiducia se non conosciamo il significato della parola comprensione? Se riuscissimo, anche solo per un minuto, a staccarci dal desiderio di supremazia, di prevaricazione, di egoismo sfrenato e ci aprissimo di più agli altri, forse potremmo essere in qualche modo utili a loro ma anche a noi stessi. Proviamo per una volta a non desiderare solo di avere, impariamo anche a dare, ci aiuterà ad accrescere il nostro patrimonio. E se questo ci spaventa pensiamo che la paura è un limite che possiamo decidere di superare. Una citazione su tutte per rappresentare il valore di un dono quale ad esempio l’amicizia “Mentre tu hai una cosa , questa può esserti tolta. Ma quando tu la dai, ecco, l'hai data. Nessun ladro te la può rubare. E allora è tua per sempre." (J.Joyce)
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La comunicazione efficace.
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La comunicazione efficace La comunicazione è uno dei termini oggi più usati e, talvolta, abusati. In generale, essa indica quell’insieme di segni e di messaggi – verbali e non – che servono per trasferire ad altri informazioni, ma anche emozioni e sentimenti. Comunicare, infatti, non significa semplicemente informare, ma anche e soprattutto "entrare in relazione" con soggetti esterni a noi.La parola è un dono che solo l’uomo possiede, ma anche gli animali possono comunicare e possiamo affermare che, per ogni essere vivente, non comunicare è praticamente impossibile.
Per quanto riguarda la comunicazione umana, un classico saggio del professor Albert Mehrabian ha dimostrato che solo il 7% del significato viene veicolato dalle parole pronunciate, mentre il 38% di esso viene comunicato attraverso la tonalità in cui vengono espresse, e il restante 55% non ha nulla a che vedere con le parole, bensì con la fisiologia. Il silenzio, uno sguardo, la postura, le smorfie del volto o il modo di respirare, l’abbigliamento o il profumo usato sono aspetti che "parlano" per noi e manifestano il nostro modo d’essere, l’universo dei nostri stati d’animo, ancor più delle nostre parole.
Il filosofo russo Gurdjieff sosteneva che "noi diventiamo le parole che ascoltiamo". In effetti, le cose stanno proprio così: le parole che ascoltiamo o che pronunciamo lasciano una traccia in noi. Tutte le parole, e in particolare quelle sbagliate, ci condizionano, seminando scorie, generando atteggiamenti distorti e "storpiature" che ci complicano l’esistenza e ci intossicano la mente. Una volta pronunciate, infatti, le parole vanno ad agire almeno su due cervelli: quello di chi parla e quello di chi ascolta. In entrambi, esse diventano materia mediante un preciso percorso chimico-fisico (oltre che simbolico) che attraversa corpo e psiche a partire dall’orecchio (Morelli, 2005).Dal timpano, i suoni che udiamo procedono nel cranio verso una struttura denominata coclea, fanno vibrare l’orecchio interno e poi si incanalano nel nervo acustico, dove stimolano il nervo vago, che si dirama verso gli organi della respirazione, della digestione e della circolazione.A livello centrale, invece, vengono interessate alcune aree del cervello e le zone vicine alle strutture uditive, come le aree limbiche e para-limbiche, dove le emozioni si trasformano in impulsi chimico-fisici e viceversa.Ecco perché quando una parola entra in noi (può essere una parola da noi pronunciata, o anche solo sentita, oppure una parola che ci viene detta) ha come conseguenza quella di modificare contemporaneamente le aree cerebrali e lo stato di alcuni visceri, con conseguenze sia a livello psichico che somatico. Ecco perché le parole che utilizziamo hanno il potere di farci star bene o di creare disagio, di influenzare le nostre relazioni, la fiducia in noi stessi, le possibilità di raggiungere i nostri obiettivi e di realizzare i nostri progetti.
Il nostro cervello è un terreno fecondo su cui le parole, le nostre come quelle altrui (se sono nostre questo discorso vale anche per le parole solo pensate) cadono come tanti semi. Ascoltando se stessi e gli altri, si diventa il fertile ricettacolo di questi semi, che poi fruttificano e germogliano nel corpo. Ogni forma di comunicazione incide dunque nella nostra psiche, lavora nel nostro inconscio per giorni, mesi, anni, arrivando a cambiare la nostra mentalità e lasciando una traccia fisica nel nostro corpo. Gurdjeff aveva intuito giustamente: noi diventiamo per davvero le parole che ascoltiamo ma, ancor di più, quelle che pensiamo o pronunciamo e che continuiamo a pronunciare.
Che fare, allora? E’ importante diventare consapevoli della nostra comunicazione, degli effetti che essa ha su di noi, sui nostri interlocutori e sulle nostre relazioni per trasformarla in comunicazione efficace. Affinché le parole diano sollievo e creino benessere, in noi stessi e negli altri, aiutandoci a ridurre lo stress, gli errori e le incomprensioni, è indispensabile acquisire consapevolezza di che cosa diciamo, di come parliamo, degli stati emozionali nostri e di coloro con cui stiamo interagendo, sia di persona che al telefono o attraverso una comunicazione scritta. La consapevolezza è alla base dell’empatia: quanto più aperti siamo verso le nostre emozioni, tanto più abili saremo anche nel leggere i sentimenti altrui. Questa capacità che ci consente di sapere come si sente un altro essere umano entra in gioco in continuazione, sia in ambito privato (nelle relazioni sentimentali, con i figli o con gli amici) che in ambito professionale (si pensi alla giornata lavorativa di un venditore o di un dirigente).Un fattore determinante affinché le relazioni interpersonali siano efficaci è l’abilità con la quale un individuo riesce ad entrare in sincronia emotiva con gli altri, che consiste nel rispecchiare a livello corporeo, in modo inconscio e impercettibile ad occhio nudo, gli stati d’animo dell’interlocutore. Afferma Goleman che quando due persone interagiscono, lo stato d’animo viene trasferito dall’individuo che esprime i sentimenti in modo più efficace a quello più passivo. Gli individui incapaci di ricevere e trasmettere emozioni sono destinati a relazioni interpersonali problematiche, dal momento che spesso gli altri si sentono a disagio con loro, pur non riuscendone a spiegare il motivo (Goleman, 1999).Quelli che invece sanno entrare in sintonia con gli stati d’animo altrui, o riescono facilmente a trascinare gli altri nella scia dei propri, allora, dal punto di vista emozionale, godranno di relazioni interpersonali più armoniose. La caratteristica che contraddistingue un leader carismatico o un bravo executive sta proprio nella capacità di trascinare a sé gli interlocutori in questo modo.La sintonia emotiva funziona nel modo migliore quando nasce al di fuori della sfera cosciente e quando sorge spontaneamente. Tuttavia, si tratta di un’abilità che si può apprendere, e che può contribuire a migliorare enormemente la nostra capacità di comunicare con gli altri.
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Autostima prima di tutto.
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Autostima prima di tutto La stima di sé riguarda i sentimenti che ciascuno ha nei confronti di se stesso, il modo in cui si vede, si giudica e si attribuisce valore. Avere alta o bassa autostima si riflette su tre importanti aspetti della vita: il proprio modo di presentarsi agli altri, il passare dal pensiero all'azione per poter realizzare i propri obiettivi e infine il modo di reagire a successi e insuccessi. Ma è possibile delineare strategie per mantenere o incrementare la stima di sé in questi tre ambiti e favorire un maggior benessere a livello personale e sociale? - Campbell e Feher (1990) hanno trovato, che le persone con un'elevata stima di sé si presentano agli altri utilizzando in prevalenza aggettivi positivi, mentre quelle con una bassa stima di sé utilizzano in prevalenza aggettivi negativi suscitando in tal modo nei propri interlocutori immagini poco favorevoli.
- Baumgardner (1990) ha trovato che le persone con bassa autostima in genere impiegano più tempo degli altri nel parlare di sé, a volte lo fanno con un certo imbarazzo e non sempre riescono convincenti quando si tratta di descrivere qualità effettivamente possedute.
Da questo punto di vista risulta chiaro come avere una bassa stima di sé possa rivelarsi uno svantaggio in tutte quelle circostanze in cui ci si deve presentare agli altri, ad esempio nel caso di un colloquio di lavoro o quando si entra in contatto con persone nuove che potrebbero diventare amici, colleghi, o anche partner. Inoltre, si è anche visto che persone che dubitano del proprio valore sono anche più propense a modificare il loro pensiero in funzione dell'ambiente in cui si trovano e dell'interlocutore che hanno davanti, e difficilmente si sbilanceranno, come invece fanno le persone con un'alta stima di sé, nell'affermare il proprio punto di vista. In questo senso, il rischio che corrono le persone con una bassa autostima è quello di far prevalere il bisogno di essere accettati su un altro dei bisogni fondamentali dell'uomo che è quello di realizzarsi, obiettivo che viene raggiunto anche attraverso l'esprimere con sicurezza il proprio punto di vista e il proprio valore. Occorre tuttavia sottolineare una distinzione: avere una buona stima di sé non significa farsi valere a scapito degli altri, o arrivare ad assomigliare e essere qualificati come degli spacconi, ma essere consapevoli del proprio valore, del diritto che ciascuno ha, nel rispetto degli altri, di realizzare se stesso e di avere un proprio posto nel mondo. Da questo punto di vista, è chiaro che più ci si stima e ci si vuole bene, meglio si agisce, quindi, più facilmente si decide il da farsi, si ha fiducia nelle proprie capacità e si raggiungono i propri obiettivi. In effetti, i soggetti con una bassa autostima faticano a prendere decisioni e spesso le rimandano: di fronte a più alternative tergiversano, a volte si bloccano o fanno decidere ad altri. Questo succede non tanto perché le persone abbiano una cattiva volontà o perché non siano effettivamente in grado di compiere una buona scelta, ma semplicemente perché, non sentendosi sufficientemente sicure del proprio valore e delle proprie qualità, evitano di scegliere e agire per un eccessivo timore di sbagliare. In questo senso, il rischio che si corre è quello di lasciarsi troppo influenzare dall'ambiente (genitori, amici, compagnie) sia per le banali scelte quotidiane sia, in casi estremi, anche per le decisioni che riguardano aspetti importanti della propria vita quali ad esempio gli studi da intraprendere, verso quale professione orientarsi, con chi vivere e così via.Avere una buona stima di sé è importante non solo per decidere con maggiore facilità, ma anche per costruirsi degli obiettivi ed essere perseveranti nel raggiungerli investendo in essi le proprie risorse personali. A volte questo atteggiamento può condurre a svolgere un lavoro poco interessante, a sottostare a costrizioni impegnative o a rinunciare a molte delle proprie originali aspirazioni; infatti, per le persone che si valorizzano poco, è più facile impegnarsi in queste scelte anche poco soddisfacenti, piuttosto che pensare di modificarle o addirittura di abbandonarle per una possibile nuova alternativa. In ogni caso, sebbene ci si provi a cautelare agendo il meno possibile e limitando i propri obiettivi, capita comunque a tutti di sbagliare, ma se questo non è un dramma per le persone che hanno una buona opinione di se stesse, lo può diventare per quelle che al contrario non sanno valorizzarsi a sufficienza. In effetti, mentre le persone con una buona autostima sono più propense a relativizzare un insuccesso e ad impegnarsi in nuove imprese che le aiutano a dimenticare, le persone che hanno una scarsa stima di sé faticano ad abbandonare i sentimenti di delusione e amarezza connessi allo sperimentare un insuccesso; anche le critiche sono affrontate in modo diverso: le persone con una bassa stima di sé sono più sensibili sia all'intensità del disagio provocato dalla critica, sia alla sua durata. Da questo punto di vista, le persone che si stimano poco corrono il rischio di sentirsi a disagio non solo di fronte ad un insuccesso, ma anche di fronte al successo e alle sue conseguenze sociali. Infatti di fronte al successo da un lato, possono sperimentare quella che è state definita felicità ansiosa, dall'altro possono trovarsi immerse in una situazione di dissonanza cognitiva - ossia una contraddizione interiore tra l'idea che si fanno di loro stesse, limitata o negativa, e la realtà che le circonda, che può essere fatta anche di successi e complimenti - e dall'altro ancora possono sperimentare uno stato di ansia perché si prefigurano altre situazioni in cui saranno costrette a garantire ulteriori successi tenendo così fede alle aspettative che gli altri possono avere sul loro conto. In altri termini, le persone con una bassa stima di sé, sebbene possano amare il successo e le gratificazioni ad esso connesse, allo stesso tempo lo temono, sia perché contraddice la visione che hanno di loro stesse, sia perché le espone ad altre situazioni in cui dovranno nuovamente dar prova del loro valore. Da quanto detto sino ad ora, emerge come il livello globale di stima di sé di una persona influenzi sensibilmente le sue scelte e il suo stile di vita. E così mentre la persona che ha una buona considerazione di sé ha voglia di riuscire, quella che si stima poco è centrata sulla sua paura di fallire. Le conseguenze saranno che, mentre una stima di sé elevata induce a esplorare gli ambienti più svariati, con maggiore convinzione, consentendo di trovare la propria strada a costo di qualche insuccesso, una stima di sé bassa incita la persona a limitarsi ai campi in cui si sente sicura, dove corre pochi rischi di sbagliare.Ma per fortuna la stima di sé è suscettibile di modifiche. Spesso, fortunatamente alcune occasioni nella vita rappresentano nuovi punti di partenza per la stima di sé: incontrare un partner che crede nelle nostre potenzialità e ci valorizza, intraprendere una nuova e significativa amicizia, inserirsi in un gruppo, accedere ad una professione gratificante o ad una posizione sociale più elevata. Tuttavia, per modificare la stima di sé, non sempre è sufficiente un evento puro e semplice, spesso è necessaria la volontà di cambiare alcuni dei propri atteggiamenti e del proprio modo di affrontare la vita. In conclusione per poter incrementare la stima di sé occorre agire su tre ambiti: il rapporto con se stessi, il rapporto con l'azione e il rapporto con gli altri. Per cambiare il proprio rapporto con se stessi è necessario cambiare opinione su di sé e quindi è essenziale imparare a conoscersi - diventando consapevoli dei propri limiti, dei propri bisogni ed esigenze e anche delle proprie capacità - e in secondo luogo - pur continuando a sforzarsi nel modificare ciò che di noi può essere reso migliore - bisogna riuscire ad accettarsi, evitando di pretendere da se stessi la perfezione. Per cambiare è indispensabile agire e quindi, modificare il proprio rapporto con l'azione. In effetti è più funzionale nel rinforzare la stima di sé, provare a raggiungere uno scopo, anche piccolo, piuttosto che continuare a procrastinare. Modificare solo il proprio modo di pensare non serve a molto: per quanto modesto, un progetto che si traduce in azione dà maggiori soddisfazioni, rispetto a un piano che rimane fermo alla fase delle intenzioni o delle idee. Per poter agire è indispensabile far tacere tutti i possibili pensieri di critica intrisa di sfiducia che indirizziamo a noi stessi e alle azioni che stiamo per compiere, saper correre dei rischi e gestire anche l'eventuale insuccesso. In questo senso potrebbe essere utile tener presente che tutti nella vita hanno sbagliato, sbagliano e sbaglieranno (nessuno è perfetto!) e che l'errore potrebbe essere considerato non tanto una catastrofe, quanto un'ulteriore occasione di apprendimento. Infine, per poter incrementare la stima di sé, è importante modificare anche il proprio rapporto con gli altri: occorre imparare ad affermare se stessi, cioè essere capaci di esprimere ciò che si pensa, che si vuole, che si sente - correndo anche il rischio di non essere sempre graditi agli altri - pur rispettando ciò che l'altro pensa, vuole e sente. Tutto questo presuppone la capacità di essere empatici e di capire il punto di vista dell'altro, senza per questo trascurare il proprio. In tal modo sarà possibile dire di no senza timori o aggressività, chiedere qualcosa senza sentirsi per questo in debito, affrontare con calma le critiche e così via. Affermare se stessi non servirà solo a farsi rispettare e ad ottenere ciò che si vuole, ma anche a conquistare l'apprezzamento degli altri, a sentirsi bene nella propria pelle e quindi finalmente avere una giusta visione positiva di se stessi.
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Il gioielliere e la bambina
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l gioielliere era seduto alla scrivania e guardava distrattamente la strada attraverso la vetrina del suo elegante negozio. Una bambina si avvicinò al negozio e schiacciò il naso contro la vetrina. I suoi occhi color del cielo si illuminarono quando videro uno degli oggetti esposti. Entrò decisa e puntò il dito verso uno splendido collier di turchesi azzurri. “E per mia sorella. Può farmi un bel pacchetto regalo?”. Il padrone del negozio fissò incredulo la piccola cliente e le chiese: “Quanti soldi hai?”. Senza esitare, la bambina, alzandosi in punta di piedi, mise sul banco una scatola di latta, la aprì e la svuotò. Ne vennero fuori qualche biglietto di piccolo taglio, una manciata di monete, alcune conchiglie, qualche figurina. “Bastano?”, disse con orgoglio. “Voglio fare un regalo a mia sorella più grande. Da quando non c’è più la nostra mamma, è lei che ci fa da mamma e non ha mai un secondo di tempo per se stessa. Oggi è il suo compleanno e sono certa che con questo regalo la farò molto felice. Questa pietra ha lo stesso colore dei suoi occhi”. L’uomo entra nel retro e ne riemerge con una stupenda carta regalo rossa e oro con cui avvolge con cura l’astuccio. “Prendilo” disse alla bambina. “Portalo con attenzione”. La bambina partì orgogliosa tenendo il pacchetto in mano come un trofeo. Un’ora dopo entrò nella gioielleria una bella ragazza con la chioma color miele e due meravigliosi occhi azzurrì. Posò con decisione sul banco il pacchetto che con tanta cura il gioielliere aveva confezionato e dichiarò: “Questa collana è stata comprata qui?”. “Sì, signorina”. “E quanto è costata?”. “I prezzi praticati nel mio negozio sono confidenziali: riguardano solo il mio cliente e me”. “Ma mia sorella aveva solo pochi spiccioli. Non avrebbe mai potuto pagare un collier come questo”. Il gioielliere prese l’astuccio, lo chiuse con il suo prezioso contenuto, rifece con cura il pacchetto regalo e lo consegnò alla ragazza.
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